Il futuro era già scritto. Ma nessuno aveva previsto chi lo avrebbe posseduto

 

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Immaginando una persona nata all’inizio del Novecento, cresciuta tra telefoni a disco e fabbriche meccaniche, trasportata nel 2026, vedrebbe persone parlare con schermi tascabili, automobili orientarsi da sole, traduttori istantanei e macchine capaci di scrivere e disegnare. Riconoscerebbe intuizioni precise.
Nel 1945 Arthur C. Clarke descrisse i satelliti geostazionari per le telecomunicazioni; nel 1942 Isaac Asimov introdusse in “Runaround” le Tre Leggi della robotica. Nel 1968 “2001: Odissea nello spazio” mostrò videotelefonia, schermi piatti, dispositivi simili a tablet e HAL 9000.
Il futuro era già stato immaginato; mancava la misura della sua economia.


Incorporata nel credito
Il Novecento pensava alla tecnologia come a un oggetto straordinario: il robot, l’astronave, il grande computer. Il XXI secolo l’ha trasformata in un’infrastruttura incorporata nel credito, nella logistica, nel marketing, nella ricerca e nella produzione. Secondo lo Stanford AI Index 2026, nel 2025 l’industria ha prodotto oltre il 90% dei modelli di frontiera; l’adozione organizzativa dell’AI ha raggiunto l’88% e quella generativa il 53% della popolazione in tre anni. Negli Stati Uniti gli investimenti privati sono arrivati a 285,9 miliardi di dollari, oltre 23 volte i 12,4 miliardi della Cina, mentre le nuove imprese AI finanziate sono state 1.953. L’intelligenza artificiale è ormai un nuovo fattore di produzione.
È qui che il presente supera la fantascienza. I film avevano previsto macchine intelligenti, ma non che il calcolo sarebbe diventato capitale. Nvidia sperimenta formule nelle quali startup e clientela accedono a GPU e cloud impegnando anche quote dei ricavi futuri. Chi fornisce diventa chi finanzia, e l’accesso alla potenza computazionale decide chi può competere. Tecnologia, finanza e infrastruttura strategica finiscono così per coincidere.


Le stime sui posti di lavoro
Anche il lavoro è più complesso delle vecchie distopie, dove il robot sostituiva semplicemente l’operaio. Il World Economic Forum stima che entro il 2030 nasceranno 170 milioni di posti e ne saranno spostati 92 milioni, con un saldo positivo di 78 milioni; nello stesso periodo il 39% delle competenze attuali sarà modificato o diventerà obsoleto. Il 40% di datori e datrici di lavoro prevede riduzioni di organico dove l’intelligenza artificiale automatizzerà i compiti, mentre il 63% considera il divario di competenze il principale ostacolo alla trasformazione. Il nodo non è quanti lavori resteranno, ma chi saprà attraversare il cambiamento.


I dati della Corea del Sud
La Corea del Sud offre già un’anticipazione concreta. In tre anni sono scomparsi 211.000 posti per persone giovani tra 15 e 29 anni, mentre l’occupazione delle persone cinquantenni è aumentata di 209.000 unità. Nei settori più esposti all’AI, l’occupazione giovanile è diminuita dell’11,2% nella programmazione e integrazione dei sistemi, del 20,4% nell’editoria, dell’8,8% nei servizi professionali e del 23,8% nei servizi informativi. L’automazione sostituisce più facilmente il sapere codificato delle persone junior e valorizza l’esperienza tacita di quelle senior. La tecnologia più giovane del mondo può quindi rendere più difficile l’ingresso delle persone giovani nel mercato.


Casa o fabbrica di dati?
La robotica domestica racconta un altro salto. Nel 2024 sono stati venduti quasi 200.000 robot professionali, il 9% in più dell’anno precedente; quelli per la pulizia sono cresciuti del 34%, superando le 25.000 unità. McKinsey stima che la robotica general purpose possa valere fino a 370 miliardi di dollari entro il 2040. Ma il vero prodotto non è soltanto il robot-colf: sono i dati con cui viene addestrato. Case, gesti e abitudini diventano materia prima per modelli capaci di trasformare un video in un’azione fisica. La casa del futuro rischia di essere una fabbrica di dati, con questioni di proprietà e privacy che la fantascienza aveva intuito, ma non monetizzato.


La nuova geografia del potere
Una persona del secolo scorso resterebbe forse ancora più colpito dalla nuova geografia del potere. Il Global Tech Ecosystem Index 2026 ha analizzato 325 città in 77 Paesi: per scala dominano gli hub nordamericani, ma per densità l’Europa colloca 45 città nelle prime 100, contro 40 del Nord America, e dieci nelle prime venti. Ghent, con meno di 300.000 abitanti, mostra come università, ricerca e capitale possano generare campioni come argenx, valutata oltre 40 miliardi di euro. Il limite europeo non è creare conoscenza, ma trasformarla in imprese globali e trattenerne il valore.
Per questo nel 2026 l’innovazione è politica industriale. Il Co-creation Accelerator 2026-2027 di 28Digital offre fino a 250.000 euro per progetto alle startup deeptech che devono superare la “valley of death” tra laboratorio e mercato. Lo Scaleup Europe Fund, gestito da EQT, nasce con un obiettivo iniziale di 5 miliardi di euro per convogliare capitale nei settori strategici. La competizione non riguarda più chi inventa per primo, ma chi finanzia la crescita, controlla l’infrastruttura e mantiene sul territorio brevetti, imprese e rendimenti futuri.


Il futuro è entrato nei bilanci
Il Novecento aveva previsto gli strumenti, ma non il loro modello di business. Aveva immaginato videotelefoni e robot, non piattaforme capaci di trasformare attenzione, dati, calcolo e conoscenza in asset finanziari. Aveva temuto la ribellione della macchina, mentre il rischio più vicino è la distribuzione diseguale dei benefici. Il futuro è entrato nei bilanci, nelle competenze, nelle catene del valore e nelle politiche pubbliche. La domanda decisiva non è più se la fantascienza avesse indovinato, ma chi possiederà ciò che aveva immaginato, chi riuscirà a scalarlo e chi resterà fuori dalla nuova economia dell’intelligenza.



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