Giovani: non chiedere di restare ma costruire un luogo che meriti la loro scelta

 

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La politica dovrebbe smettere di parlare di “fuga dei cervelli” come se il problema fosse l’ingratitudine di chi parte. La mobilità è crescita; il fallimento comincia quando partire diventa l’unica scelta razionale e tornare una penalizzazione. Nel 2024 sono espatriate 25 mila persone laureate tra i 25 e i 34 anni, mentre i rimpatri sono stati poco più di 4 mila: una perdita netta di quasi 21 mila giovani con istruzione. Nello stesso anno, 39 mila persone giovani si sono mosse dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord e soltanto 13 mila nella direzione opposta; tra quelle laureate il saldo meridionale è stato negativo per 16 mila unità. È una fuoriuscita di capitale produttivo e civile.


Il lavoro buono
La prima politica sarebbe il lavoro buono: impieghi con apprendimento, responsabilità, retribuzioni credibili e prospettive. Nel 2025 l’Italia ha registrato livelli record di occupazione, ma secondo l’OCSE i salari contrattuali reali restavano dell’8,8% inferiori a gennaio 2021. Intanto le imprese non trovano il 42,9% dei profili ricercati; il mismatch raggiunge il 59,7% nel metalmeccanico ed elettronico e il 49,5% nei servizi informatici e delle telecomunicazioni. Tra il 2025 e il 2029 serviranno 3,28 milioni di lavoratori e il 37% del fabbisogno riguarderà le persone laureate, soprattutto Stem. Le persone giovani partono mentre le aziende cercano competenze: la politica dovrebbe fare da ponte, non da sportello.


Contratto di permanenza
Bisognerebbe creare in ogni territorio un “contratto di permanenza”: casa accessibile, trasporto affidabile, asili, sanità, cultura, sport, connessione digitale e tempi amministrativi misurabili. La Commissione europea lo definisce “right to stay”, diritto a restare grazie a buoni lavori, istruzione e servizi essenziali, nelle aree rurali, interne e remote. Non è assistenzialismo: è infrastruttura economica. Si sceglie dove vivere anche per la quantità di futuro visibile.
Manchester mostra come si costruisce quell’orizzonte. Più della metà delle persone laureate resta nell’area, attratta da abitazioni relativamente accessibili, vita culturale e lavoro. Tra il 2004 e il 2023 la produttività per ora lavorata della Greater Manchester è cresciuta del 31%. Il distretto Sister prevede 1,7 miliardi di sterline di investimenti, quattro milioni di piedi quadrati, 10 mila posti di lavoro e circa 1,5 miliardi di valore aggiunto annuo; vi operano già oltre 80 imprese. Convatec vi realizzerà un hub di manifattura avanzata e ricerca con 200 specialiste e specialisti entro il 2028.
Dietro i numeri ci sono 20-25 anni di leadership stabile e condivisa. Restano però capitale concentrato a Londra, appalti favorevoli ai fornitori storici e università che talvolta chiedono fino al 25% delle spin-off, frenando investor successivi.


La PA come clientela dell’innovazione locale
Inoltre, sarebbe importante trasformare la Pubblica Amministrazione nella prima clientela dell’innovazione locale. Una startup non resta perché riceve una targa, ma se trova laboratori, dati, commesse, sperimentazioni e capitali. L’Italia possiede competenze nella manifattura avanzata, robotica, automazione, biomedicale, agroalimentare, design e patrimonio culturale. Quando un’impresa trasferisce la sede, si perdono persone occupate, brevetti, proprietà intellettuale e investimenti futuri, spesso nati anche grazie a risorse pubbliche. Appalti innovativi, sandbox e partenariati tra università e imprese dovrebbero diventare politica industriale ordinaria.


Rete di incubatori territoriali
Ci sarebbe anche da costruire una rete di incubatori territoriali, smettendo di premiarli soltanto per il numero di startup. Nei territori fragili devono collegare imprese, atenei, amministrazioni, investor e comunità, sostenendo permanenza, ritorno e circolazione delle competenze. Il programma irlandese New Frontiers offre mentorship, spazi e fino a 22.500 euro esentasse; nei percorsi Empower l’83% delle persone partecipanti alla fase Start ha creato un’impresa e il 47% aveva già generato vendite entro ottobre 2022, producendo 67 posti di lavoro, 75 servizi e 148 prodotti. E quindi bisognerebbe misurare occupabilità, accesso ai network, continuità professionale, fiducia e impatto locale, non soltanto visure camerali.


Ampliare l’idea di talento
Quindi sarebbe opportuno ampliare l’idea di talento. Per anni c’è stato il leitmotiv di dotarsi di chi si occupa di ingegneria e programmazione, mentre oggi le imprese dell’intelligenza artificiale cercano anche persone che si occupano di filosofia, lingue e linguistica, etica, capaci di interrogare responsabilità e conseguenze delle decisioni automatizzate. La collaborazione tra Università di Torino e OGR indica la direzione: un luogo fisico nel quale ricerca, startup, aziende e istituzioni fanno dialogare tecnologia e pensiero. Un territorio trattiene le persone giovani quando offre un problema importante da risolvere e la libertà di affrontarlo con competenze diverse.


Convincerli a restare
Non sarebbe allora da lanciare una campagna per convincerli a restare, quanto un patto verificabile: salari dignitosi, case e trasporti accessibili, imprese finanziabili, amministrazioni che acquistano innovazione, università meno gelose della proprietà intellettuale e incubatori distribuiti. Subito dopo un passaggio interessante sarebbe la pubblicazione annuale di un bilancio territoriale delle persone di talento: quante sono partite, tornate, hanno trovato lavoro qualificato, fondato un’impresa o trasformato un’idea in prodotto. Perché le persone giovani non restano dove vengono celebrate. Restano dove possono diventare adulte e riconoscere nel territorio non il proprio passato, ma il proprio futuro.



Pubblicato da: Admin
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