Restare umani nell’epoca delle macchine sovrane
La nuova questione umanistica non nasce in biblioteca, ma nei data center, nelle aule dei consigli di amministrazione, nei laboratori di startup, nei territori che perdono giovani e nelle democrazie che iniziano a dubitare di sé stesse. Non riguarda più soltanto la domanda classica su che cosa sia l’uomo. La formula oggi è più brutale: quanto spazio resta all’umano quando il potere si concentra nelle mani di chi possiede calcolo, capitale, dati e infrastrutture?
Le big tech Il paradosso del nostro tempo è che l’intelligenza artificiale viene raccontata come una promessa di liberazione, ma avanza con la geometria di un impero: le big tech stanno costruendo le nuove centrali elettriche della civiltà digitale. Secondo lo Stanford AI Index 2026, gli investimenti privati statunitensi in intelligenza artificiale hanno raggiunto 285,9 miliardi di dollari nel 2025, mentre Reuters, citando Bridgewater Associates, ha indicato per Alphabet, Amazon, Meta e Microsoft una previsione di circa 650 miliardi di dollari di investimenti in infrastrutture IA nel 2026. Dentro questa corsa, i numeri delle trimestrali diventano quasi una mitologia industriale. Alphabet sfiora i 110 miliardi di dollari di ricavi trimestrali, Microsoft arriva a 82,9 miliardi, Amazon tocca 181,51 miliardi e Meta registra 56,31 miliardi di vendite, mentre le analisi mostrano una fame di infrastrutture che supera l’offerta disponibile.
Resettare la democrazia È qui che la riflessione umanistica torna a essere materia da manager, non ornamento da convegno. Quando Curtis Yarvin, sotto lo pseudonimo di Mencius Moldbug, immagina la democrazia come un sistema da “resettare” e propone di trasferire il potere a un amministratore delegato, non produce solo una provocazione ideologica. Ma una società non è una dashboard. Non basta spegnere e riaccendere il sistema quando il sistema è fatto di persone, memorie, conflitti, territori, fragilità, aspirazioni. Per questo il tema non è essere “pro” o “contro” la tecnologia. La vera alternativa è tra un’innovazione che allarga la capacità delle persone e un’innovazione che le rende periferiche rispetto alla macchina. L’OCSE insiste sul fatto che l’adozione dell’intelligenza artificiale produce risultati migliori quando è accompagnata da investimenti nelle competenze, perché senza formazione il divario tra imprese, lavoratori e territori rischia di allargarsi. La questione non è se l’IA sostituirà l’uomo, ma quale uomo sarà abbastanza preparato, libero e consapevole da non diventare un accessorio della propria automazione.
Resto al Sud In questa prospettiva, il Mezzogiorno non è una nota a piè di pagina, ma un laboratorio politico. La presentazione di Resto al Sud 2.0 a Caserta da parte di 012factory e Sistema Invitalia Startup, presso il Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala Campana Dop, racconta un’altra idea di futuro: non il futuro come fuga verso i centri dominanti, ma come capacità di restare, costruire, trasformare. Qui l’umanesimo smette di essere parola morbida e diventa ingegneria istituzionale. Se il precedente Resto al Sud ha visto 64 mila progetti presentati, 20 mila iniziative finanziate e 1,4 miliardi di euro di investimento cumulato, con un impatto economico dichiarato di 2,54 euro per ogni euro di contributo pubblico investito, il dato più interessante è culturale prima ancora che finanziario. Nel periodo 2018-2025, una realtà su due finanziata è stata una startup, quota che in Campania sale al 73%.
La mappa italiana delle startup La mappa italiana delle startup mostra però una frattura evidente. Secondo l’analisi Cerved riportata da Il Sole 24 Ore, le startup innovative italiane sono ormai fortemente concentrate nei servizi informatici e nel software, con quasi 7 mila realtà, oltre sei su dieci del totale. A fine 2025 lo stock complessivo era pari a 11.820 imprese, in calo rispetto al picco del 2021, ma con una dinamica ancora intensa nei flussi di nuova iscrizione. La Lombardia resta dominante con oltre 3.500 startup, mentre Milano continua a produrne più di una al giorno; Napoli, con 650 realtà, conferma tuttavia che il Sud non è fuori dalla partita, purché non venga lasciato a giocarla senza infrastrutture.
Due velocità cognitive Il rischio, altrimenti, è costruire un Paese a due velocità cognitive. Da un lato città globali dove l’IA diventa capitale immobiliare, reputazione, attrazione di persone di talento e uffici prestigiosi, come racconta il boom delle startup di intelligenza artificiale a Manhattan. Dall’altro territori che osservano la rivoluzione da lontano, come se il futuro fosse un treno ad alta velocità che passa senza fermarsi. Ma l’innovazione non è davvero innovazione se produce soltanto nuove capitali e nuove province. È trasformativa quando riduce la distanza tra centro e margine, tra chi progetta e chi subisce, tra chi usa la tecnologia come leva di emancipazione e chi la riceve come destino.
Tecnologia, ma con un patto politico Anche il caso Argotec parla in questa direzione. Il lancio dei sette satelliti della costellazione Heo, progettati e realizzati a Torino e portati in orbita con Falcon 9 dalla base di Vandenberg in California, non è soltanto una notizia aerospaziale. È il racconto di una tecnologia che torna sulla Terra sotto forma di monitoraggio ambientale, prevenzione del dissesto idrogeologico, controllo delle coste, incendi, reti critiche e dati utili alle pubbliche amministrazioni. La costellazione, arrivata a 15 satelliti e destinata a 25 entro fine 2026, dimostra che l’alta tecnologia diventa civile quando produce capacità collettiva, non solo valutazioni miliardarie. La stessa Grecia, culla simbolica della democrazia, ha proposto nel maggio 2026 una revisione costituzionale che include il principio secondo cui l’intelligenza artificiale deve servire la libertà individuale e la prosperità della società, mitigando i rischi e realizzando i benefici. È una notizia che sembra scritta per ricordarci che la tecnologia, senza un patto politico, resta potenza senza direzione.